Codrongianos

Un luogo sacro, meta di pellegrinaggio che ospita una delle più belle chiese della Sardegna.

Codrongianos sorge sui colli del Logudoro e sebbene la sua nascita risalga all’epoca romana, la presenza di 57 nuraghi dimostra che i primi insediamenti umani nel territorio sono molto più antichi.

Le sue origini si collocano intorno al 225-244 d.C., quando dopo l’annessione della Sardegna all’impero romano, vennero costruiti numerosi accampamenti militari (i castrum) a difesa delle vie civili e militari più trafficate. La più importante di queste vie era quella che collegava Turris (Porto Torres) a Kalaris (Cagliari), passando per Macomer. Per presidiare questo tratto fu fondato il Castrum Gordianus (l’accampamento di Gordiano), dal nome dell’allora imperatore da cui ha origine il nome Codrongianos.

L’accampamento era organizzato su due livelli: nella zona superiore vi era il castrum vero e proprio, mentre i terreni della vallata vennero destinati al pascolo del bestiame e vi fu costruita una vacchiera in cui venivano distribuiti i prodotti derivati dall’allevamento. Questa suddivisione si mantenne anche dopo lo smantellamento del campo, come testimoniano la denominazione di epoca medievale di Codronzanu e Subra e Codronzanu de Josso, e l’attuale struttura urbanistica del paese. Il vecchio castrum (Codronzanu de Subra) costituisce oggi la parte moderna del paese, mentre nella zona sottostante (Codronzanu de Josso) si è sviluppato il centro storico.

Dei 57 nuraghi di cui è disseminato il territorio di Codrongianos sicuramente il meglio conservato è il nuraghe Nieddu, risalente al II millennio a.C. Collocato su una piccola altura da cui si può apprezzare il panorama circostante è costituito da un’unica torre di circa 11 metri d’altezza con copertura a tholos. Costruito con grandi blocchi di basalto scuro è chiamato Nieddu, che in sardo significa “nero” proprio per la colorazione della pietra. Tuttavia le pareti sono ricoperte di licheni gialli che gli conferiscono una colorazione particolare. Nella torre sono presenti due aperture: un ingresso nella base, ancora parzialmente interrato e, quasi sulla sommità, un finestrone.

Nella parte bassa del centro storico si trova la Chiesa di San Paolo edificata nel XII secolo, è stata poi ricostruita nel ‘700 dopo un precedente intervento un secolo prima. L’impianto è a navata unica, voltato a botte lunettata con sottarchi. Al suo interno sono esposti quadri di elevatissimo valore artistico, come quello che campeggia sull’altare maggiore, che rappresenta la Conversione di S.Paolo. Il campanile, rifatto nelle attuali forme classicistiche nel 1767, ha pianta ottagonale e svetta sul centro abitato.

Ma la vera attrazione, orgoglio del paese e dell’intera Sardegna è senza dubbio la Basilica di Saccargia. Uno dei monumenti più spettacolari e iconici dell’Isola. Si staglia contro il cielo azzurro sopra un’altura e sembra davvero dominare l’orizzonte. Le sue proporzioni perfette, la maestosità del campanile e la splendida facciata bicroma, lasciano i visitatori che la scorgono pian piano, mentre procedono per la salita, a bocca aperta.

Si racconta che Costantino I di Torres e sua moglie Marcusa, desiderosi di un erede, durante un pellegrinaggio votivo verso la basilica di San Gavino a Porto Torres, furono ospitati dai monaci: una sacra apparizione li indusse a far erigere la chiesa. Quando nacque Gonario II, per sdebitarsi, la donarono ai camaldolesi. La basilica venne consacrata nel 1116. Alla chiesa, unico edificio integro dell’abbazia, erano annessi monastero e chiostro, dei quali si possono ancora vedere i ruderi.

La zona conserva un’atmosfera sacra che i visitatori avvertono, del resto da sempre l’area è detta Sacraria, evolutosi in Saccargia. Riguardo al nome, in passato ha prevalso la leggenda che lo fa risalire a s’acca argia, ‘la vacca pezzata, maculata’, che ogni giorno si presentava davanti al monastero a offrire il latte ai frati e s’inginocchiava sul dorso, in atto di preghiera.

L’imponenza del monumento non ne compromette le proporzioni armoniose e l’eleganza. Lungo quasi trenta metri, largo sette e alto 14, fu edificato in due fasi distinte: le mura in cantonetti calcarei bianchi e basaltici scuri appena sbozzati è propria di maestranze pisane tra fine XI e inizio XII secolo; mentre la regolare opera bicroma è di ambito pisano-pistoiese nel secondo XII secolo. Al primo impianto risalgono absidi, transetto e parte dell’aula, coperta con tetto ligneo. Tra 1118 e 1120, l’aula fu allungata, le sue pareti innalzate, aggiunti alto campanile e sacrestia e rifatta la facciata, divisa in tre ordini.

In quello inferiore si apre il portale architravato, i due ordini superiori sono scanditi da cinque arcatelle impostate su colonnine e intervallate da intarsi geometrici a losanghe e ruote concentriche. In mezzo a ogni archetto sono intercalati bacini ceramici policromi. A fine XIII secolo, a chiesa ultimata, alla facciata fu aggiunto da maestri lucchesi un portico con tetto a capanna, attuale ingresso al tempio. È movimentato da sette archi poggianti lateralmente su pilastri e semipilastri, al centro su colonne con capitelli decorati da quattro mostruose figure alate.

Nelle tre arcate frontali, sono presenti sculture di animali fantastici che si inseguono. Le cornici dei pilastri hanno decorazioni a foglie ritorte, tranne il pilastro sinistro, dove sono scolpiti bovini accovacciati, ritenuti riferimento alla leggenda de s’acca argia. Nella parete sinistra è incastonato, un piccolo volto in marmo: per la tradizione è del giudice Costantino. Le teorie di archetti sono una costante di tutti le mura esterne.

L’interno è a croce commissa, con un’unica navata da cui, attraverso archi, accederai ai bracci del transetto, voltati a crociera. In ciascuno si aprono due cappelle. Una Madonna incoronata e una Vergine di legno scuro sono custodite vicino alle tre absidi, che chiudono l’edificio. Nell’ultimo ventennio del XII secolo, l’abside centrale fu affrescata da un artista umbro-laziale: è l’unico esempio nell’Isola di pittura murale romanica conservata integralmente.

Il ciclo di affreschi, suddivisi in riquadri, rompe la monotona nudità della navata: si può ammirare un Cristo in mandorla, la Madonna orante con i santi e altre scene della vita di Cristo, che ricordano i coevi dipinti di San Pietro di Galtellì. La fisionomia dell’edificio fu ritoccata successivamente solo da un restauro a inizio XX secolo, curato dall’architetto Dionigi Scano. Dal 1957 la basilica appartiene alla parrocchia di Codrongianos.

Nel paese si può visitare anche il Museo e centro documentazione di Codrongianos
Il Ce.Do.C. ospita, in un palazzo dall’architettura di primo Novecento comunemente noto Pinacoteca, le testimonianze artistiche della comunità codrongianese, tra le quali spiccano per importanza i retabli pittorici (sec. XV fine -XVI inizi) originariamente collocati nell’abbazia della SS. Trinità di Saccargia e appartenenti all’Arcidiocesi turritana. L’edificio, appositamente restaurato per intervento del Comune di Codrongianos e della Regione Sardegna.

Il Ce.Do.C. ospita tre sezioni: Archeologica (L’insediamento monastico di Saccargia, la storia dell’abbazia, vita, società ed economia in epoca medievale dei villaggi del territorio); Storica (Codrongianos e il suo territorio tra ‘800 e ‘900 nei documenti d’archivio e nelle carte storiche);
Storico-Artistica (Tele in prevalenza dei secoli XVII e XVIII donate alla parrocchiale di S.Paolo dal Canonico Sanna Obino e copie d’epoca di famosi dipinti di Raffaello e Guido Reni).

Codrongianos è meta di pellegrinaggio per i credenti: in paese infatti si trova la casa della venerabile Elisabetta Sanna. Il 23 aprile 1788, da una famiglia di agricoltori nasce Elisabetta Sanna. Dalla famiglia, fin da piccola, riceve il dono di un’intensa vita cristiana e negli anni la sua casa diventa quasi un piccolo oratorio dove, oltre ai suoi familiari, si riuniscono in preghiera i vicini di casa. La giovane compone in dialetto logudorese una bellissima lauda, che sarà cantata a lungo a Codrongianos. Terziaria francescana, è morta in fama di santità il 17 febbraio 1857 a Roma, e riposa nella chiesa di S. Salvatore in Onda. La causa di beatificazione è stata promossa da papa Leone XIII con decreto del 22 aprile 1880 ed è ancora in corso.

La sua casa costituisce un punto di riferimento per i numerosi devoti che vi si recano per invocare grazie. Si tratta di una modesta costruzione che si trova nella parte alta del rione detto “Carruzu ‘e josso”, esattamente al n. 10 della via Venerabile Elisabetta Sanna. Donata dalla famiglia Spanu/Corda alla parrocchia di Codrongianos, è stata sapientemente restaurata dall’amministrazione comunale. Al suo interno sono conservati un grande quadro, una raccolta di indumenti ed altri oggetti appartenuti alla “Serva di Dio”.

Comune di Codrongianos