Arzachena

L’attuale cittadina di Arzachena, fu edificata a partire dal 1716 per volontà del re di Sardegna Carlo Emanuele III, su un colle granitico per poter controllare la popolazione locale, visto che l’invio di forze militari non fu sufficiente. Per incentivare il ripopolamento del territorio tra il 1774 e 1776 la piccola chiesa campestre intitolata a Santa Maria d’Arzaghena venne notevolmente ampliata e cambiò nome in Santa Maria Maggiore.

Attorno alla chiesa così rinnovata il paese si sviluppò notevolmente e dopo anni di dure lotte, nel 1922 ottenne l’autonomia da Tempio Pausania e da allora conobbe uno sviluppo urbanistico e demografico inarrestabile, culminato negli anni sessanta dalla creazione della Costa Smeralda.

Il territorio però, come quasi tutti i centri della zona, è stato abitato dall’uomo sin dal periodo prenuragico e nuragico. Il sito più antico e famoso è la necropoli di Li Muri risalente a circa 6000 anni fa, cioè all’epoca neolitica. I circoli funerari sono tra le più antiche testimonianze del megalitismo europeo occidentale che in Sardegna sembra essere diffuso soltanto nel territorio gallurese, in particolare nell’area di Arzachena. La necropoli è composta da quattro circoli funerari, tangenti fra loro, di ampiezza variabile tra i 5 e gli 8,5 metri circa di diametro. Sono delimitati da piccole lastre infisse a coltello, disposte a cerchi concentrici, che avevano lo scopo di contenere un tumulo di pietre e terra che includeva le tombe e gli conferiva l’aspetto di quattro collinette artificiali. All’interno di ciascun circolo, un piccolo cassone litico rettangolare conteneva uno o al massimo due defunti, in posizione rannicchiata.

Ogni sepoltura era accompagnata da un corredo costituito da oggetti preziosi: lame di selce, collane di vaghi litici, pomi sferoidi (forse inseriti in bastoni per essere utilizzati come arma o come scettri), accette in pietra dura levigata e in un caso, una raffinata coppetta in steatite, fanno ipotizzare che i defunti fossero personaggi di spicco della comunità. All’interno delle tombe sono state ritrovate tracce di ocra rossa, sostanza che simboleggiava la rigenerazione, impiegata per purificare o ricoprire simbolicamente i resti umani. Due grandi menhir granitici, cippi di pietra infissi verticalmente nel terreno con funzione di segnacoli delle tombe o rappresentazioni simboliche di divinità o dell’anima dei defunti, erano collocati tra un circolo e l’altro.

All’esterno dei circoli sono inoltre presenti delle piccole cassette litiche quadrangolari, presumibilmente destinate a raccogliere delle offerte funerarie. Un quinto circolo differisce dagli altri, sia per la posizione appartata rispetto agli altri, sia per le caratteristiche della tomba al centro di esso. I reperti ritrovati dimostrano un primo utilizzo nel Neolitico attestato da frammenti di lame in selce e vaghi di collana in steatite; durante l’età del Bronzo (intorno al 1600 a. C. circa) questa tomba a circolo sarebbe poi stata trasformata in una tomba collettiva.

Tra le testimonianze dell’età del Bronzo spicca il nuraghe Albucciu, edificio ‘a corridoio’ nascosto in un boschetto di olivastri. Attorno al nuraghe i resti del villaggio e a 80 metri la tomba Moru. Nella stessa zona si può ammirare il tempietto di Malchittu. Una costruzione a pianta rettangolare absidata lunga 14 metri e larga 6, costituita da un vestibolo e una grande camera. La struttura è costruita con massi di medie e grandi dimensioni appena sbozzati: fanno eccezione gli stipiti e l’architrave dell’ingresso, con finestrino di scarico, realizzati con blocchi più grandi ben lavorati.
L’ingresso architravato introduce in un breve andito che presenta su entrambe le pareti una piccola nicchia rettangolare funzionale a contenere una trave per il fissaggio della porta lignea. Sia l’atrio sia il corridoio d’ingresso hanno il pavimento lastricato. Nel pavimento, originariamente rivestito da un acciottolato regolare, quasi di fronte ai gradini, si trova un focolare circolare delimitato da piccole lastre ben accostate e connesse con malta di fango. La copertura del vano e dell’atrio doveva essere in origine a doppio spiovente, con trave di colmo centrale – poggiante al centro dei due frontoni – che sosteneva i travetti trasversali. Le sepolture in tafone, al momento sei quelle individuate, sono nascoste dalla fitta vegetazione. Il complesso è databile al Bronzo medio.

Imperdibile Il ‘gigante di pietra’ La Prisgiona riscrive a poco a poco l’età nuragica, svelando i misteri che la avvolgono. Dimensioni, architettura e posizione suggeriscono il ruolo di rilievo del sito, un unicum in Gallura, tra i più affascinanti dell’Isola. Fu riferimento per un vasto territorio, una sorta di metropoli di quei tempi, formata da fortezza, enorme villaggio e monumento funerario. La vita del complesso, sorto su una precedente struttura ‘a corridoio’, abbraccia un lungo arco temporale (XIV-VIII secolo a.C.), cui seguì una breve frequentazione a fine età romana (IV-V d.C.). Nel complesso è presente un pozzo, che garantiva l’approvvigionamento idrico del complesso, profondo sette metri, è tuttora funzionante. Accanto, nel Bronzo finale, sorse la ‘capanna delle riunioni’, dotata di panchina ad anello su cui sedevano le personalità più influenti della comunità. Oltre a ciotole, attingitoio e lucerna, vi è stata rinvenuta una brocca alta mezzo metro, di forma inconsueta e decorazioni inedite, usata con ogni probabilità per distillare e somministrare una bevanda speciale, destinata ai partecipanti a consessi politici e rituali religiosi. Nel pozzo sono stati rinvenuti numerosi e preziosi reperti ceramici, che disegnano quadri di vita quotidiana: fornelli, tegami, olle, tazze e strumenti per la filatura. Le brocchette usate nella capanna assembleare hanno contenuto anche vino, conferma che la viticoltura era realtà in Sardegna oltre tremila anni fa. La Prisgiona rappresenta la perla archeologica di Arzachena, issata su un rilievo granitico che domina la valle di Capichera,

Non meno importanti, due tombe di Giganti, costruite in più fasi tra Bronzo antico e medio: la tomba di Coddu vecchiu con una stele alta ben quattro metri, e la celebre tomba di Li Lolghi, realizzata interamente in granito, con camera sepolcrale ed esedra lunghe, rispettivamente, 27 e 26 metri.

La zona di Arzachena, in periodo romano, era nota col nome di Turibulum per via della grande roccia a forma di fungo, consisteva in due centri vicini, Turibulum maior e Turibulum minor. Mantenne una rilevante importanza per tutto il periodo giudicale, tant’è che col nome di Arseguen costituiva il capoluogo della curatoria di Unale del Giudicato di Gallura; dopo la caduta di quest’ultimo nel 1288 passò alla repubblica di Pisa. Poco dopo l’inizio della dominazione aragonese, iniziata nel 1324, andò lentamente spopolandosi, anche a causa delle frequenti incursioni saracene e delle mortali pestilenze. Nella seconda metà del XVI secolo la zona era praticamente disabitata.

Arzachena possiede uno dei litorali più belli del mediterraneo, 90 chilometri di costa incantevole, che conquistò il cuore del principe Aga Kan. Oggi il paese è fatto di piazzette e facciate di granito rosa e pietra bianca, scorci fioriti e spazi verdi costellati di boutique, delizie e artigianato. Attorno alla cittadina i caratteristici stazzi, insediamenti rurali convertiti in B&B e agriturismo, con le sue tante frazioni Abbiadori, Baja Sardinia, Cannigione, un tempo borgo di pescatori, oggi turistico, Poltu Quatu, moderna marina in un’insenatura ‘a fiordo’.

Porto Cervo, ‘gioiello’ architettonico integrato nel paesaggio, uno dei luoghi di vacanza più esclusivo della Sardegna, imbarcazioni di lusso, celebrità internazionali dello sport, della musica del cinema e della televisione, feste sfavillanti e tanto glamour.

Attorno però sopravvive la natura selvaggia, come quella di Capo Ferro, e le tante spiagge smeraldine. Spiccano Cala Granu e la distesa ‘a mezzaluna’, bianca e soffice, del Grande Pevero. Di fronte le isole di Li Nibani. Poi ci sono le deliziose calette della baia di Romazzino. Poltu di li Cogghj era la spiaggia prediletta dall’Aga Khan: è nota come spiaggia del principe, un arco di sabbia finissima diviso da rocce rosa

Sul promontorio ‘smeraldino’ opposto si trova un’altra perla del mare sardo, La Celvia, con frammenti di conchiglie e polveri di quarzo, affacciata su Cala di Volpe.

Più a sud, ecco lo spettacolo della spiaggia smeraldina più bella, Cala Capriccioli. Il panorama è arricchito dalle isolette del parco dell’arcipelago della Maddalena: di Soffi, delle Camere e di Mortorio.

In lontananza, si intravede il litorale di Liscia Ruja. A chiudere la costa c’è La Suareddha, suggestiva e solitaria. E ancora le distese ‘setose’ di Tanca Manna e la splendida Ea Bianca (o cala dei ginepri). A ridosso de La Sciumara c’è Padula Saloni, stagno popolato da airone rosso, cavaliere d’Italia e falco di palude, meta di birdwatching. Insomma un luogo in cui la natura ha dato il meglio di sé.

Comune di Arzachena